Il lavoro Benedetto nel mondo della moda.

Gentile dott.ssa,

Lei dirà che la vita piatta fa schifo ed è faticosa, ma io Le assicuro che
anche la vita piena di colpi di scena non sempre è un granchè, e sebbene in
effetti non si possa definire “orribile”, di sicuro è faticosa. Ma mi permetto di porre alla sua attenzione la curvatura che ho dato alla mia vita quando ho accettato di fare un lavoro amministrativo, ma non un passa carte qualunque, ma la sostituzione di una persona che mandava avanti la baracca con i numeri, controllava che i conti tornassero tutti i giorni, faceva i resoconti settimanali, contrattava prestiti e castelletti, gestiva 5 conti correnti per 4 diversi negozi, settimanalmente controllava le chiusure di cassa, verificava l’inventario e metteva a frutto i suoi cinque anni di liceo scientifico a cui aveva aggiunto un lodevole e senza inciampi percorso universitario in economia e commercio, seguito da numerosi anni di gestione di aziende di qua e di là. Il tutto mentre io traducevo Tucidide dal greco, amavo Lucrezio e la sua follia, studiavo lettere all’università mi sposavo, facevo figli e rotolavo placida verso il baratro.

il peso

Quando mi aveva offerto il lavoro – è temporaneo, partorisco e torno – io avevo messo bene in chiaro che io di tutto ciò non sapevo niente, ma lei aveva insistito sul fatto che non c’era granchè da sapere, bastava ragionare e (aggiunse guardandomi dritto negli occhi) tu sei l’unica che conosco che sa ragionare.

Siccome io in quel momento avevo sul conto qualcosa come 150 euro, considerando che lei era molto sicura di sè e di me, ho pensato che forse sarei riuscita ad affrontare sei mesi di numeri. “non c’è granché da sapere basta ragionare” mi pareva una frase assennata che poteva aiutarmi a colmare il vuoto spinto del mio conto in banca e fare la spesa per quei due che si ostinavano a litigare su chi dovesse sparecchiare la tavola.

Non sapevamo, né io né lei, che la gravidanza si sarebbe improvvisamente imposta nelle nostre vite pretendendo attenzione e riposo, e così mi sono trovata da sola dopo solo due giorni di affiancamento, io avevo ancora meno euro nel conto e avevo appena firmato il contratto cocopro.

Segue resoconto.

Mia cara signora,
le dicevo prima, di come la vita sia così faticosa… che una persona per bene non dovrebbe proprio trovarsi in queste situazioni, dal momento che è vero sì, che ho fatto un casino nella mia vita famigliare, ma vero è anche che avevo avvisato e avevo cercato di mettere in guardia parecchie volte su quello che stava per prevedibilmente succedere, eppure nessuno mi ha ascoltato… In ogni caso la mia vita ha preso poi una strada tortuosa, piena di sassi, e io ci sono andata correndo con le mie scarpette di raso…Non erano proprio adatte.
Ma tant’è.
Così ho dovuto rifarmi le scarpe, e pure curarmi i piedi, che testarda come sono sempre stata ho continuato a camminare su quella strada orribile e ciò nonostante la strada si rivelasse piena di fango, con buche nascoste, curve a gomito, sassi aguzzi. Come Dio ha voluto sono arrivata fin qua, e devo dirle che ho lasciato pure una bella scia di sangue dietro di me, nonché cadaveri di amiche, e pezzi della vecchia me (volendo rifare la strada a ritroso, lei potrà notare pezzetti di cuore, e anche di fegato ormai essiccati, e ciocche di capelli strappati dai rovi, e abiti, decine di abiti usati e lacerati, nonché cappelli di parecchie fogge e ancora, mi perdoni la volgarità e l’immagine cruda, ancora schizzi di sangue ovunque). Che vuole, signora mia, è stata una strada veramente faticosa. Sempre in salita, capirà, che qualche volta ho anche pensato di fermarmi e tornare indietro, magari recuperare qualche abito vecchio e fasciarmici i piedi, che veramente posarne uno dopo l’altro, per terra, era un dolore indicibile. E invece, cara la mia signora, ho proseguito, e lei, la prego, non mi chieda il perché. Che già ne ho lasciato uno per la strada che mi chiedeva sempre il perché, e quindi, so che lei mi capirà, ma la prego non mi chieda il perché del mio proseguire.


In ogni caso, si diceva, come Dio ha voluto, le dicevo e mi ripeto sempre, sono arrivata fin qui, dove la strada ancora è irta di schegge e sassi lavici taglienti, costeggiata di rovi dalle spine appuntite, esposta a volte ai venti impetuosi che soffiano da Nord, ma almeno ormai ho delle scarpe nuove, ho imparato una certa dimestichezza nel muovermi in terreni ripidi, e soprattutto, mi perdoni l’ardire, me ne frego di dove ho messo i piedi fino ad ora, e proseguo senza pormi troppe domande.

Eppure mi permetto di lamentarmi della fatica, che grondo sudore ogni giorno, che alle nove sono in ufficio, alle tredici pedalo verso casa, metto su il pranzo, ascolto le lamentele sulla scuola le amiche i compiti, combatto nel far sparecchiare la tavola nonchè (grande offesa quotidiana) caricare la lavastoviglie E farla partire e alle tre riprendo la bici e torno in ufficio dove mi fermo fino alle sei, a volte di più a volte di meno, poi ribicicletta e via. Ma questo sarebbe nulla, è il Lavoro Benedetto che invece…

Che dunque lavoro in una stanzetta tutta bianca, con le inferriate alla finestra, il cielo coperto da il retro di un palazzo cinquecentesco, nemmeno un quadro alle pareti, ma carte, fatture, e conti ovunque. Un pc e non un Mac, una stampante non a colori, una poltrona non di vera pelle. Un lavoro con un contratto che scade a dicembre. Cionondimeno resta questo quello che io ho chiamato sin dai primi giorni, il “mio lavoro benedetto”. Che per quanto mi sia stato faticoso e impervio, per quanto mi sia mossa con una cautela e una fatica che ogni giorno, signora mia, era una fatica improba, a fare cose che non sapevo fare, a farle giuste e precise, a capire ciò che altri hanno costruito, quali regole regolavano il flusso e l’afflusso di soldi accompagnati da carte…; che se lei mi avesse visto signora mia, con quanta disperata tenacia mi sono attaccata a quelle carte, con quanta incoscienza ho preso in mano il telefono e ho chiamato il mondo intorno a me, con quale sfrontatezza ho affrontato i numeri e i più e i meno, con quale terrore sono spesso rotolata giù, in un fossato scivoloso dove credevo di essermi persa e invece no, ogni volta mi rialzavo che non era stato un mettere il piede in fallo, ma saltare verso un terrapieno.

Che se lei mi avesse vista signora mia, quando più di una volta mi sono detta che era arrivato il momento di mollare tutto salutare e andarmene, ma sono rimasta ferma lì, che comunque prima di andare via si lascia ordine e pulizia e in ogni caso, ho pensato, finché non mi cacciano mi fermo ancora un’ora e poi vado… E dove era ordine, signora mia, ho portato scompiglio. Dove le cartelline erano appoggiate per comodità qui e lì, io le ho messe per colore qui e qui. Dove le carte della banca erano di volta in volta suddivise per banca e messe al loro posto, ora sono ammucchiate in una cartellina nera che si intitola Aquascutum, e riposte nelle loro pallide buste ora ornate di grandi scritte rosse, solo una volta alla settimana. Signora mia, dove il file di excel presentava tre colonne, con le diciture IMPORT- EUR- SCAD (come se scrivere per intero una parola fosse uno spreco), adesso ci sono finestre colorate, colonne che affiancano altre colonne, colori che attraversano impudici le caselle, sommatorie in neretto in grado di lampeggiare, parole, poche, ma parole complete in italico che timidamente si affacciano in mezzo al fragore dei numeri. Dove le fatture venivano archiviate e suddivise per genere in asfittiche buste di plastica, io le ho messe tutte nella cartellina color tortora della Hogan, e quando le porto alla segretaria le apro e le sfoglio e come un prestigiatore do lo spettacolo e le faccio volteggiare tra il raccoglitore Servizi e quello Merce. Poi faccio due mosse di Waka waka e torno nel mio studio. Perchè ritengo che la leggerezza vada conquistata e celebrata ogni volta in cui è possibile farlo e anche quando la fatica mi avvolge, fare due passi di waka waka davanti a due estereffatte segretarie che passano le loro giornate a caricare e scaricare fatture in un gestionale dalle mascherine di due sole diverse tonalità di grigio, sia una cosa buona per me che mi sono conquistata ogni centimetro di numero e sua frazione. Che, non avendo competenze particolari e nemmeno hard skills, che almeno io abbia leggerezza.

Capisce signora mia, non è esattamente quello che dovrebbe fare una persona del mio rango e della mia istruzione, ma in ogni caso poiché dello scarico dell’IVA se Dio vuole non me ne devo occupare, mi concedo il lusso ogni tanto di un passo di danza con le segretarie sperando in un futuro migliore.


Una risposta a “Affrontare le non competenze (quando mancano le hard skills)”

  1. Avatar Sp
    Sp

    Oddio che cavalcata! Ti adoro

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