It was January and suddenly it is end of September. It was Florence, then a fleeting visit to Milan on a cold Sunday of February, now it is really late September, still touches Milan. Neozone, for precision.
My Lady, I wasn't sure I wanted to go: I was sitting at the square table, the Alpha Male on my left, the Alpha Females 1 and Alpha 2 in front and side. Sometimes they speak incomprehensible languages, I never have anything to say, the situation is at full expense to them, they are the fighters, I listen perhaps one day I will have the courage to ask what is it stock and what the load. Only after that, when they went dry, fast, troubled, safe but skeptical, and I got up and came back in the quiet safety of my messed-up table, the Alfa Man after a while sits next to my desk and asks me:
– I've already arranged. Either I come to Milan with you, or I close in the house 3 days and pretend I've been to the fashion week. I need to get away from this city.
– Well, then book.
Well, then I'll book.
They have worked so since May now: every time they ask me to go or do I go. That’s why I found myself playing the Darbuka this summer, with 4 or 5 enthusiastic women banging the palms on an aluminum cone and saying each other, convient:- see? Listen? so..., and instead, my lady, I felt but the "natural all" movement "more soft than you can" "and you will see, that if you commit you do it" "Behold!" "Do you hear it? Huh? I did not hear it, but at least I learned the three notes, Dum- Tak- Ka, I learned to write them (or better I will tell her, I learned to read that I was the only shameful not to take notes while the others were good and I, instead, the tip of the tongue a little tightened between the lips, the head china to the left as to feel better the sound, the right hand That they were and they felt cool, I didn't, I was there because they invited me and followed the flow of life. But it is interesting to live like this, on the wave of the invitation: they do a course of bubble dance, are you coming? I don't know what it is but I come.
Yes, all right, now I do what if he pulls it, which in fact is not that he had many invitations, but for each one I said yes, and so I booked to go to Milan, for the pure taste of having something that is easy, Come? Yes. Then there was all the rest, though. A set of speeches about the opportunity to move in two, or in three, or in four, and you do, but she does not, she does, but why not? But Gambelunghe comes, does not come, remains, goes, comes, reads, writes, to do what? What are you doing? I don't know, back and forth, nobody knows anything, okay, I decide. Gambelunghe is right to come. You have to grow, move, get away from the comfortable armchair even if tight, pack your suitcase, walk, get tired, stand, see, listen, read.
Accidenti, ho pensato, la valigia! Che, signora mia, a gennaio avrei pagato non so che per potermi mettere il burqua, che con la solita leggerezza delle donne occidentali avevo allegramente chiesto a gran voce di poter introdurre il burqua anche nella civilizzata vita europea. Adesso sono passati un po’ di mesi, sono cambiate un po’ di cose, nessuna veramente importante per me, ma qualcosa l’ho imparata pure io, quindi il mercoledì prima del sabato mattina comincio a prepararmi la valigia, sotto lo sguardo scettico di Figlia, che impotente vede la madre che si azzuffa con i vestiti appesi, le scarpe che non vanno bene, le borse vecchie, un corpo in disfacimento, un umore che si carica di striature blu scuro man mano che si sprofonda sempre più nell’armadio, una sensazione di vita che scivola e frana, ma che cazzo ci faccio io a Milano in mezzo ai vestiti, al glamour, la pancia è grossa, le gambe sono gonfie, le occhiaie profonde, mi ficco su i jeans e via, e Figlia che si scandalizza :- ma MAMMA! , e io mi siedo affaticata sul letto, che questo no, a questo mancano le scarpe, qui cosa ci metto sotto, lì cosa ci metto sopra, fa caldo, che merda di vita, è fine settembre e fa caldo, auff, perché non sono di là a scrivere i post del mio nuovo blog, a seguire da vicino l’avventura di Scimitarra, perché sono ingrassata, maledizione, perché non sto bene adesso? – Mamma ti fai troppe domande e non concludi le cose importanti- Ecco. Mi ci mancava la figlia Sapientino in versione Baci Perugina. Traballo e poi decido: questo con questo, quello con quello, mancano le scarpe che io non ci vado a Milano con le scarpe con i tacchi, adesso si va a letto, fila a lavarti i denti. Tanto è mercoledì, prima di sabato magari finisce il mondo, come avevano detto quelli del video.
Invece no, il mondo va avanti mentre io arranco e quando la sveglia suona alle 6 e 30 di sabato mattina penso che sarebbe stato molto meglio se io fossi nata muta, e visto che invece so parlare, sarebbbe
molto meglio se io imparassi a tacere, che forse il Maschio Alfa non si sarebbe impietosito e non avrebbe cercato di darmi una mano prenotando un albergo a Milano per farmi lavorare tre giorni tre, che già sono disfatta così, come faccio a reggere un trittico di tre giorni di fiera durante il weekend? Che lei sorride pacata, ma vorrei ricordare a me stessa, prima ancora che a lei, che il weekend è pur sempre l’invenzione favolosa di chi ha un lavoro, che chi invece non ha un lavoro vive in un perenne weekend (mmm, che faccio oggi visto che non sono in partenza per Malibù? mah, una lavatrice, una passata ai mobili, un rammendo una spazzata un arrostino la spesa una lavatrice, ancora polvere sui mobili, l’arrosto non lo vuole nessuno diomio c’è un’altra lavatrice da fare???). Ecco. Così alle 7 di sabato ho dato un’occhiata al cane, che era parecchio seccato di non poter venire a una battuta di caccia con me, ho chiuso la porta e a gran passi mi sono trascinata il trolley verso la stazione ferroviaria. Vestita per benino. Con la sicurezza di una scatola di cerotti in borsa. Una borsa nuova assolutamente non necessaria (- auff, adesso che faccio? che mi metto?- devi assolutamnete comrparti qualcosa di superfluo- e così, per ascoltare il consiglio dell’Eletta, mi sono comprata la borsa nuova, un po’ grande, di stoffa da divani inglese, i manici di pelle, vera pelle, -sa, vado alla settimana della moda a Milano… – Cosa? uhhh che meraviglia, questa borsa è italiana, per il viaggio le andrà benissimo, ma che bello, lei che va a Milano, ah guardi, è perfetta questa borsa per andare a Milano- – eh, sì, mi piace, mi ricorda un po’ Mary POppins…- Cosa ? chi? Ah il vecchio film? Sì, come dice lei, è un po’ uno stile retrò, un po’ inglese ma con quel gusto tipicamente italiano -OKOK LA COMPRO- e ho sganciato i soldi per la borsa assolutamente superflua.). Un paio di scarpe nella borsa. Una borsa dentro la borsa con il trucco. Vado a Milano. Sono entrata nello scompartimento e sono rimasta in un beato silenzio fino quasi a Milano. Poi ho aperto la borsa, e da dentro ho estratto un’altra borsa che ho aperto: specchietto, matita, fard, rimmel, rossetto, un’occhiata ai denti, una alla faccia in generale tanto per assicurarmi di essere proprio io quella lì con quella faccia, e poi, arrivata a Milano sono scesa.
molto meglio se io imparassi a tacere, che forse il Maschio Alfa non si sarebbe impietosito e non avrebbe cercato di darmi una mano prenotando un albergo a Milano per farmi lavorare tre giorni tre, che già sono disfatta così, come faccio a reggere un trittico di tre giorni di fiera durante il weekend? Che lei sorride pacata, ma vorrei ricordare a me stessa, prima ancora che a lei, che il weekend è pur sempre l’invenzione favolosa di chi ha un lavoro, che chi invece non ha un lavoro vive in un perenne weekend (mmm, che faccio oggi visto che non sono in partenza per Malibù? mah, una lavatrice, una passata ai mobili, un rammendo una spazzata un arrostino la spesa una lavatrice, ancora polvere sui mobili, l’arrosto non lo vuole nessuno diomio c’è un’altra lavatrice da fare???). Ecco. Così alle 7 di sabato ho dato un’occhiata al cane, che era parecchio seccato di non poter venire a una battuta di caccia con me, ho chiuso la porta e a gran passi mi sono trascinata il trolley verso la stazione ferroviaria. Vestita per benino. Con la sicurezza di una scatola di cerotti in borsa. Una borsa nuova assolutamente non necessaria (- auff, adesso che faccio? che mi metto?- devi assolutamnete comrparti qualcosa di superfluo- e così, per ascoltare il consiglio dell’Eletta, mi sono comprata la borsa nuova, un po’ grande, di stoffa da divani inglese, i manici di pelle, vera pelle, -sa, vado alla settimana della moda a Milano… – Cosa? uhhh che meraviglia, questa borsa è italiana, per il viaggio le andrà benissimo, ma che bello, lei che va a Milano, ah guardi, è perfetta questa borsa per andare a Milano- – eh, sì, mi piace, mi ricorda un po’ Mary POppins…- Cosa ? chi? Ah il vecchio film? Sì, come dice lei, è un po’ uno stile retrò, un po’ inglese ma con quel gusto tipicamente italiano -OKOK LA COMPRO- e ho sganciato i soldi per la borsa assolutamente superflua.). Un paio di scarpe nella borsa. Una borsa dentro la borsa con il trucco. Vado a Milano. Sono entrata nello scompartimento e sono rimasta in un beato silenzio fino quasi a Milano. Poi ho aperto la borsa, e da dentro ho estratto un’altra borsa che ho aperto: specchietto, matita, fard, rimmel, rossetto, un’occhiata ai denti, una alla faccia in generale tanto per assicurarmi di essere proprio io quella lì con quella faccia, e poi, arrivata a Milano sono scesa.
Sinculi il mondo, signora mia, mi faccio troppe domande e non concludo niente (che va così, sa, senza apostrofo, un sinculi diretto, senza pause nè perché).




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