In principio era l’estate.
L’uomo con cui ero seduta a cena in una calda sera di giugno era proprio bello, come lo era sempre stato sin dal primo giorno in cui ci eravamo conosciuti. Erano passati molti anni di lontananza prima che lui si facesse vivo con me in una scarna email: – Sono a Padova martedì, ceniamo insieme?-
La mail mi aveva colpito per il suo andare direttamente al punto e per il suo venire da un passato lontano e da un uomo che improvvisamente mi aveva bloccato anche il contatto Skype circa sei anni prima e senza motivo alcuno. Poi avevo pensato che era tipico suo, un uomo sempre di poche parole e lo sguardo sfuggente.
Alla sua email, letta dal l’ipad mentre ero ancora a letto la mattina presto, avevo risposto: – Sei pazzo, per questo vengo a cena. Eccoti il mio numero di cellulare-.
Ci eravamo incontrati in piazza delle Erbe e lui aveva mantenuto intatto il sorriso intrigante e lo sguardo acuto assieme alla timidezza pudica di un adolescente.
Ci eravamo seduti al tavolo dell’osteria dopo che lui aveva chiesto un posto un po’ riservato. Aveva ordinato un Franciacorta con cui continuava a riempire entrambi i bicchieri.
Sorprendentemente avevamo molte cose da dirci: io chiesi di suo figlio che ormai doveva avere cinque anni, di sua moglie, ma lui aveva una gran voglia di parlare di me. Mi raccontò dettagli della mia separazione visti da un altro punto di vista: chiamava quel l’episodio “la bomba” e mi snocciolò parole, commenti e fatti che non sapevo.
Tra tutti, all’epoca, mio marito aveva chiesto a lui conforto e un parere. “E che parere gli hai dato?” ho chiesto io vuotando il bicchiere. Lui ha glissato e io ho pensato fosse meglio così, tanto ormai le cose erano andate come erano andate.
Così eravamo seduti al tavolo dell’Anfora, e senza bisogno di sollecitazione alcuna, lui continuava a parlare di me, di come mi aveva vista da lontano, di come era stato muto spettatore di un matrimonio che franava su se stesso senza che nessuno di noi ne capissimo le ragioni profonde che invece lui aveva ben individuato. E me le disse, lui così poco loquace raccontò.
Fece un ritratto lucido e fedele dei miei primi anni di matrimonio e mi chiese cose che non sapeva. Io risposi, più a me stessa che a lui, turbata da un’analisi che avrei voluto poter fare prima e non dopo, o almeno durante. Poiché la bottiglia era finita, ne ha ordinata un’altra. C’era un fresco tepore a quel tavolo che era in un angolo buio, un posto del cuore più che un ristorante e non ricordo di aver mai visto il cameriere. I bicchieri si riempivano e si vuotavano, la penombra mi impediva di essere acuta nel pensiero ma in fondo non avevo armi, non avevo obiettivi e mi sembrava anche di non avere futuro. Quindi restavo ferma a galleggiare tra le parole e il vino senza cercare di capire le cose. Smisi di farmi domande e così non ne feci nemmeno a lui, che pareva così sicuro di sé e tranquillo nel passare un paio di ore con me, a bere e chiacchierare.
Mentre eravamo lì, apparentemente ad analizzare i miei ultimi venti anni di vita, il suo cellulare squillò: era mio marito.
Le coincidenze non sono mai tali e io cominciai un riso soffocato, lui non rispose e mi guardò stupefatto e poi rise anche lui e lasciò squillare. Alla seconda telefonata di mio marito (il quale per solito non risponde mai alle chiamate ma si aspetta che gli altri lo facciano) lui rispose con un breve sms: scusa sono impegnato a cena, ti chiamo domani. ” Ma gli hai detto che sei a cena con me?” mi ha chiesto e io ho lievemente scrollato il capo, inclinando il volto un po’ a sinistra sorridendo. “Infatti – rispose lui – ti conosco bene, so che non lo avresti fatto”.
Finimmo il secondo Franciacorta e mi chiese se c’era qualcosa che poteva fare per aiutarmi.
– Non credo – risposi io, così consapevole che l’unica persona che può aiutarmi sono io stessa e magari un colpo di fortuna (vedi mai che esista).
Ci alzammo tardissimo dal tavolo e camminammo nella città ovattata della notte.
Poi, presa la macchina, mi accompagnò a casa che era ormai l’una passata.
Al momento di salutarci ancora con il motore acceso mi disse:
– Te lo dico: sono sempre stato innamorato di te. È stata una storia impossibile sin dal primo momento in cui ti ho visto. La mia vita e le mie scelte sono state in parte il frutto del fatto che tu c’eri ma eri su un’altra galassia. È lo sliding doors.-.
Io sono rimasta pietrificata sul sedile a fianco a lui e la mia annosa amicizia per lui ha preso subito un altro significato. Così mi sono apparsi chiari certi messaggi, certe fughe, certi ostacoli insormontabili, la scelta sempre sbagliata delle sue donne e i loro abbandoni, fino alla moglie e al figlio, sposata perchè bisognava pur fare famiglia e vivere una vita.
Sono rimasta silenziosa a pensare e lui mi ha detto:
– Non c’è bisogno che tu mi dica niente. È l’inizio dell’estate, vorrei tanto che tu risolvessi le tue preoccupazioni. Io vivo bene adesso con le mie scelte anche se so che avrei potuto fare di più e cambiare la mia vita, prima, molto prima ma per qualche motivo avevo bisogno di dirtelo.-
Rimanemmo in silenzio, io che ho sempre le parole adatte a ogni situazione, guardavo l’orlo del pozzo che si era scoperchiato davanti a me, e non vedevo nulla. Lui interruppe il silenzio:
“Dovevo chiudere le slinding doors-
A cervello spento mi si è attivato l’istinto, finalmente libero di muoversi come gli pareva.
L’ho baciato sulla guancia (quanto amo le guance degli uomini, lisce e ruvide come il loro cuore, infossate in angoli impensabili, profumate e morbide, luoghi impervi su cui tracciare percorsi con gli sguardi e scivolare giù, nell’incavo del collo, e poi via, dietro ancora la nuca, l’orecchio e via) e silenziosa sono uscita dalla macchina. Mi sono voltata ho messo la testa dentro la macchina e ho detto: “Grazie”.
Grazie di cosa ancora non lo so, ma ho chiuso la portiera e via.
Quando sono entrata nel portone lui è ripartito e a quel punto io sono ancora uscita per vederlo andare. Dopo una trentina di metri ha fermato la macchina, ha accostato sulla destra ed è rimasto fermo lì, la testa forse posata sul volante, oppure chissà, china sul cellulare.
Io sono rientrata e ho chiuso piano il portone alle mie spalle.
Di lui so che è vivo ma non l’ho più visto. Poi hanno definitivamente eliminato Skype e così non ho più traccia nemmeno delle nostre antiche chat.

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