primo Ottocento


Durante il trasloco ho ovviamente portato a casa mia alcuni oggetti, tra questi due piccoli quadri a olio della fine del XVIII secolo inizio XIX che rappresentano la campagna vicentina e non sapendo riconoscere il luogo esatto, in casa li chiamavamo ” i due quadri vicentini”.
Nel caos del “porta qui, metti in magazzino, metti di là, metti in garage” i due quadretti sono finiti in camera mia, imballati in un quantomai provvisorio asciugamani rosso e infilati in una borsa della spesa assieme ad altre cose che andavano portate via a mano e con cura perchè imballate da cani.
Appena arrivati a casa li ho liberati dall’abbraccio peloso dell’orrendo asciugamano e li ho appoggiati su una mensola della parete.
Quando sono andata a dormire, la sera, erano male illuminati dalla lampada ma mi era chiaro che fossero troppo scuri: una patina collosa e grassa di vernice si era ossidata nel tempo rendendo i due una coppia appannata di cio che erano stati. Polvere, luce solare, inquinamento dell’aria cittadini, i fumi dell’alcool e delle sigarette a cui avevano assistito sin dai gloriosi anni 70 in casa mia, li aveva resi uguali a certe coppie che appassiscono senza avere una causa precisa, passando dall’esaltazione per l’acquisto a una vita di indifferenza, dato che la vita dei miei genitori continuava tra accumuli e sperperi e i due quadretti, pur restando sempre appesi alle pareti, erano diventati opachi, privi di significato, rabbuiandosi nel tempo ma pur sempre appesi li, in mezzo ad altri piu’ belli e più grandi, comprati e appesi, temendo ogni volta di essere venduti a un prezzo ridicolo a seconda dei capricci e della necessita dei proprietari.
Eppure hanno sempre mantenuto una loro dignità, e proprio con il loro opacizzarsi e scurirsi sono riusciti ad evitare di essere staccati dalla parete e prendere altre vie. Tenacemente attaccati a questa casa e a questa famiglia che se, proprio perché scuri, mai apprezzati dagli eventuali compratori chiamati saltuariamente (e di nascosto) a scegliere tra tanti.
Nella mia camera però, hanno cominciato a protestare.
Innanzi tutto, quando una mattina ci sono passata davanti, uno dei due è scivolato in avanti, mettendosi a pancia in su sulla mensola e costringendomi a dargli n un’occhiata meno distratta e più approfondita. L’ho ripreso, ho pensato che avrei dovuto prendere chiodi e martello e appenderli per evitare qualunque possibile guaio, e l’ho rimesso a posto, in piedi, con un libro ai suoi piedi affinché non cadesse di nuovo.
Dopodiché una mattina sono entrata velocemente in camera e ho visto brillare in loro una luce, come un colpo di palpebra di chi fa l’occhiolino e mi sono fermata a guardarli da lontano: fermarsi e’ fondamentale nella mia vita e per fortuna lo faccio spesso.
Li ho guardati con attenzione, rendendomi conto che in effetti la vernice si doveva essere ossidata perchè nessun pittore dipingerebbe il cielo giallo ocra, coprirebbe le foglie con uno strato di marrone, nasconderebbe i dettagli che ha minuziosamente dipinto.
Ma ero troppo indaffarata con una milionaria di cose urgenti da fare: avevo una casa da chiudere in fretta.
Eppure un pomeriggio sono entrata in camera pensierosa e li ho visti l¡, in paziente attesa che qualcuno se ne prendesse cura.
La sera mi sono messa a rumegare nei miei vecchi cassetti: da qualche parte dovevo avere il materiale che in una delle mie precedenti vite sapevo utilizzare. Poi ho comprato quello che mi mancava e una sera, sul tavolo della cucina, ho preparato la miscela di trementina e alcool, il cotone, il bisturi e tutto il resto e mi sono messa a lavorare con molta attenzione.
La pittura era bella solida sulla tela, con un piccolo cracklet dato dal tempo. Ah., il tempo.
Con cautela e timore riverenziale, ho cominciato a pulirlo e lui ha lasciato che io lo facessi.
E’ stato uno scambio emotivo e pacifico: io pulivo piccole zone con movimenti circolari, lui si lasciva pulire, svelando un colore pastoso pieno e una pennellata sottilissima e precisa: ogni foglia é stata dipinta con tratti così delicati e precisi che per vederla in tutta la sua bellezza serve una lente. Cos¡ ho preso la lente e mi sono goduta lo spettacolo.
Ho trovato una figurina che sale la strada messa di spalle, ma soprattutto ho svelato una luce intensa che si apre al centro e sfonda la parete del quadro verso l’ignoto. Un tuffo che ricorda l’ultimo orizzonte di leopardi: “cosi tra questa immensità s’annega il pensiero mio: e naufragar m’è`dolce in questo mare”.
Li ho riposti sulla mensola ancora in attesa dei chiodi su cui appenderli; ma loro stanno bene lì, si fanno vedere ogni volta che entro in camera e non sono più caduti. Loro non hanno mai visto la tana del Bianconiglio.




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